martedì 31 ottobre 2017

HAPPY HALLOWEEN... con un test!

Hello!


Buon Halloween a tutti!
Siete pronti a fare "trick or treat" ai vostri vicini? Avete intagliato le vostre zucchette e le avete messe a splendere di fronte alla finestra? 

Devo ammettere che questa è una festa che mi diverte molto. Mi piace addobbare la casa con ragnatele e pipistrelli insieme a mio figlio, mi piace lo spirito di paura e risate che accompagna il travestimento da strega o diavolo, mi piace tutto ciò che è arancione come le zucche!

Vi auguro un Halloween divertente e pauroso... magari condito da qualche libro o film dell'orrore, da guardare tutti insieme accoccolati sul divano, sotto una coperta!

Per salutarvi, vi lascio con questa "chiccha" che ho scoperto qualche giorno fa sulla rivista/sito "Il Libraio", che seguo con interesse per tutte le novità e gli approfondimenti su autori, nuovi titoli e argomenti legati al mondo della lettura: un interessante, semi-serio test su

QUANTO AMI I LIBRI?

Cliccando QUI verrete indirizzati al test, una serie di domande per scoprire, divertendosi e riflettendo un po', quanto e come amiamo i libri e la lettura.

Se vi interessa, vi posto qui di seguito il responso del mio test: azzeccatissimo in ogni sua parte!

Ami i libri in maniera leale
Non ti importa dove e come, l’importante è leggere e sei molto deciso nelle tue scelte. Che sia in un parco affollato di bambini urlanti, o in una caffetteria con sottofondo del rumore delle tazzine. L’amore per la lettura arde in te da sempre e lo coltivi senza troppi manierismi. Ami scoprire le nuove proposte pubblicate, pur avendo una lista intera ancora da leggere. Leggi perché trovi nei libri la speranza di un cambiamento, la capacità di reinventarti e di osare ... . In ogni libro c’è un mondo da scoprire, e tu sei pronto a indagarlo per ritrovare il coraggio dei sentimenti puri che un libro può nascondere... E se una lettura non ti affascina la lasci e la riprendi quando sarà il suo tempo: più in là con i mesi, dopo un anno o mai più.


Cheers,
Eva

sabato 28 ottobre 2017

Blogger Recognition Award

Hello!

Oggi sono qui sul mio blogghino per una bella iniziativa, che mi dà l'occasione di un post un po' diverso dal solito. Sono infatti stata nominata per un riconoscimento speciale:

Il BLOGGER RECOGNITION AWARD è un riconoscimento assegnato ad altri blogger, un po' come il Liebster Award, ma destinato anche a blog con più di 200 followers.
Per accettare il riconoscimento (cosa che io faccio con estremo piacere), bisogna solo rispondere a qualche domanda, e allora... eccoci qua.

1) Ringraziare il blogger che ti ha nominato e inserire il link al suo blog
E' con grande piacere che accetto questo riconoscimento che mi ha assegnato Alice del blog Some Books Are, un blog molto interessante e particolare. Alice ha gusti in fatto di letture niente affatto scontati, e soprattutto legge molto in lingua inglese e quindi sulle sue pagine è possibile sbirciare in un mondo un po' alternativo a quello nazionale, andando a sperimentare quello che va per la maggiore al di fuori dei nostri confini. Grazie Alice!

2) Scrivere un post per mostrare il proprio riconoscimento
Ecco che lo faccio qui. Ricevere un premio è sempre gratificante, e com'è stato per il Liebster Award è un piacere per me vedere che sono riuscita a ritagliarmi uno spazietto nel cuore di amiche che condividono, qui nella blogosfera, l'amore per la lettura.

3) Raccontare la nascita del proprio blog
Sono nella blogosfera da quasi tre anni ormai, e mi rendo conto che questo spazietto è proprio come lo volevo io. Mi ha dato l'opportunità di migliorare e di ampliare i miei orizzonti "libreschi", e mi ha fatto conoscere belle persone e amiche simpatiche. La mia vita "reale" è molto piena, con una famiglia e un lavoro, ma questo rimane "uno spazio tutto per me", in cui rifugiarmi per qualche minuto quando riesco, in cui siamo solo io e le mie passioni. Sono partita minuscola e rimasta piccolina, anche e soprattutto perché non sono per niente "social" e non ho nessuna voglia di "farmi conoscere", pubblicizzando in ogni dove quello che faccio, dico e penso. C'è un certo grado di contraddizione in questo, mi rendo conto, perché se si scrive sul blog è perché qualcuno ci legga no? Ma in realtà, io sono timida, insicura e poco appariscente, e come dicevo sopra, questo blogghino è proprio come lo volevo io... anzi, è proprio come me!

4) Dare consigli ai nuovi blogger
Ah no, qui non ci siamo proprio! Come faccio a dare consigli io, che non ne so proprio niente di come "dovrebbe" essere un blog (vedi punto sopra)? Quello che mi sento di dire e consigliare, al massimo, è di essere sinceri, ma con gentilezza, sempre. Tenendo bene in mente, quando scriviamo una recensione (che è sempre e comunque una "critica" al lavoro di qualcuno), le parole del grande Anton Ego:

"Anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale"


5) Nominare altri 15 blogger ai quali vuoi passare un segno di ricooscimento
I blog che amo e seguo sono quelli che trovate sulla barra qui a sinistra, e sono tutti nominati. Voglio però dare una menzione d'onore a quattro blog che sento molto vicini a me per spirito, dimensione, atmosfere e scelte letterarie:

Mete D'Inchiostro, in cui Letizia ci racconta delle sue letture, mai banali, mai mainstream, mai scontate;
Il giro del mondo attraverso i libri, in cui viaggiamo insieme a Claudia e alle sue bellissime recensioni;
Appunti di una lettrice, in cui Dany ci introduce ai gioielli letterari che possiamo incontrare se solo usciamo dal circuito delle Case Editrici più grandi; il blog è in pausa adesso, ma spero che Dany torni presto nella blogosfera con i suoi consigli e le sue bellissime recensioni;
Libri in Valigia, in cui Baba parla delle sue esperienze ricche e insolite alla scoperta di letture "diverse".

6) Informare chi ti ha nominato e chi hai nominato
Lo farò, appena il post sarà pubblicato!

Cheers,
Eva

venerdì 20 ottobre 2017

RECENSIONE - Le otto montagne - Paolo Cognetti

Hello!

Io credo, per dirla con le parole dell'alpinista Guido Rey, che "la montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete, come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte". Parliamo oggi anche qui sul mio blogghino, buoni ultimi, di un libro molto apprezzato e premiato negli scorsi mesi, che ogni appassionato di montagna e di natura non può assolutamente perdersi.

RECENSIONE
LE OTTO MONTAGNE
Paolo Cognetti
2016, Einaudi

TRAMA: Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l'alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Leggere questo libro è stato un percorso molto emozionante per me, per tanti motivi, e non riuscirò a separare le mie sensazioni dalla valutazione più o meno oggettiva che si dovrebbe dare di un libro, per consigliarlo e raccomandarlo. Del resto chi mi legge forse avrà imparato ad apprezzare queste chiacchierate a volte troppo prolisse che arrivano poi alla semplice conclusione: leggetelo, fidatevi, perché è un libro bellissimo.

Perché alla fine, oltre a tutto quello che si può dire e che è stato già detto di questo romanzo di Paolo Cognetti, la cosa principale che rimane è che davvero è un libro meraviglioso, da leggere quasi centellinandolo per non arrivare troppo presto alla fine. E' un libro scritto meravigliosamente, in un italiano armonioso, musicale, una prosa che a volte sembra poesia e che affascina e incanta. E' una storia che arriva da lontano, che parla di sentimenti antichi, primordiali, essenziali: l'amicizia, l'amore, la solitudine, l'irrequietezza. E' un ritratto in parole della bellezza delle montagne, di tutte quelle possibili sconosciute a coloro che pensano che "montagna" sia solo sinonimo di arrampicata, fatica, freddo: parla della montagna dei boschi pieni di animali e di vita, della montagna dei pratoni e degli alpeggi, di quella delle pietraie e di quella dei ghiacciai perenni. Parla della montagna nelle stagioni senza turisti, certi autunni colorati come solo nei quadri, certe primavere così piene di vita nuova da commuovere.

I personaggi sono umani, deboli e sublimi allo stesso tempo, con le loro incertezze e le loro sicurezze, e ognuno di loro si approccia in modo diverso alla montagna e per ognuno di loro montagna significa qualcosa di diverso: per Pietro, il protagonista e voce narrante, montagna significa prima l'unico modo di comunicare con un padre chiuso e ombroso, tanto amato, e poi significa fuga, irrequietezza, libertà. Per Bruno, il suo amico, la montagna è semplicemente tutto il suo mondo, l'unico perimetro delle sue emozioni, un vero omo servadzo, un "uomo antico che vive nei boschi, capelli lunghi, barba, tutto coperto di foglie..."

Il libro è diviso in tre parti, quasi a simboleggiare le tre parti della vita di un uomo prima della vecchiaia: l'infanzia spensierata, la giovinezza ribelle, l'"adultità" consapevole che ci spinge a ripercorrere i nostri passi e a trovare la strada per diventare chi siamo veramente. Nello sviluppo della storia, seguiamo Pietro e l'evoluzione del suo rapporto con la famiglia, con l'amico di una vita, con la montagna e con il profondo significato di una vita spesa a cercare qualcosa che non sempre sappiamo dov'è, né cosa è. Splendida la leggenda tibetana sulle otto montagne, che dà il titolo al libro e di cui non vi parlo, per lasciare a chi deciderà di leggerlo (spero davvero in tanti) la meraviglia di scoprirla al momento giusto.

Leggetelo, fidatevi, perché è un libro bellissimo.

Cheers,
Eva

lunedì 16 ottobre 2017

RECENSIONE - Buchi nella sabbia - Marco Malvaldi

Hello!

Vissi d'arte, vissi d'amore... amanti dell'opera - ma non solo, benvenuti!

RECENSIONE
BUCHI NELLA SABBIA
Marco Malvaldi,
2015, Sellerio

TRAMA: Ernesto Ragazzoni avrebbe voluto che sulla propria tomba fosse scritto: "D'essere stato vivo non gli importa". Poeta dei buchi nella sabbia e delle "pagine invisibilissime", dell'arte giullaresca realizzata nella vita fuori dal testo, è in un certo senso il testimone di questo "dramma giocoso in tre atti". Come grottesco contrappasso, accanto a lui, bohémien anarchicheggiante e antimilitarista, agirà come in duetto un rigido ufficiale dei regi carabinieri. Siamo nel 1901, tempo di attentati (il re Umberto è stato appena ucciso), e a Pisa, terra di anarchia. Al Teatro Nuovo si aspetta il nuovo re, per una rappresentazione della Tosca di Giacomo Puccini. Le autorità sono in ansia: il tenore della compagnia "Arcadia Nomade", i cavatori di marmo carrarini convocati per alcuni lavori, gli stessi tecnici del teatro, sono tutti internazionalisti e quindi sospetti. E nell'ottusa paranoia dei tutori dell'ordine, perfino il compositore, il grande Puccini, è da temere tra i sovversivi. A scombinare ancor di più le carte è l'intervento di quello stravagante di Ragazzoni, redattore del giornale "La Stampa". Fatalmente l'omicidio avviene, proprio sul palcoscenico al culmine del melodramma, e non resta che scoprire se sia un complotto reazionario o un atto dimostrativo di rivoluzionari. O un banale assassinio...

L'opera, per sua stessa natura, è fuori dalla realtà: e il melomane, l'appassionato autentico, nell'ascoltare le interpretazioni sempre diverse di arie sempre uguali, e sempre ugualmente incredibili, cerca proprio questo.
Purtroppo, a volte, la realtà si dimentica dell'educazione e irrompe sulla scena, con entusiasmo addirittura superiore a quella del fissato con la lirica. E, quando sceglie di entrare a piedi uniti su un cantante, quasi sempre quel cantante sta interpretando Tosca.

E' stato un vero piacere leggere questo libro, ed è un vero piacere parlarvene qui nel mio blogghino. Ci sono tantissimi ingredienti che contribuiscono a rendere questa storia di Marco Malvaldi un piccolo gioiello: prima di tutto la trama, un giallo storico ambientato in Italia nei primi anni del secolo scorso, e precisamente nel 1901, un momento molto delicato per il nostro paese, in cui i primi fermenti anarchici e rivoluzionari agitavano la penisola e mettevano in discussione il potere monarchico, anelando a ideali di giustizia e uguaglianza e combattendo a volte con metodi cruenti ed estremi. L'intreccio è molto ben organizzato, e la caccia all'assassino è ben orchestrata, con falsi indizi seminati lungo la storia che complicano la soluzione delle indagini.

Molto bello il tono, un umorismo sottile e raffinato che di Malvaldi avevo già avuto modo di apprezzare nel suo precedente giallo storico, quell'"Odore di chiuso" in cui il grande cuoco Pellegrino Artusi si trova suo malgrado a indagare su un delitto compiuto nella classica camera chiusa. Lì come in questo "Buchi nella sabbia", Malvaldi coglie l'occasione per presentare come protagonisti dell'indagine personaggi storici realmente esistiti anche se poco conosciuti: in questa occasione, abbiamo la possibilità di conoscere Ernesto Ragazzoni, poeta delle "pagine invisibilissime", e la sua arguzia "etilica" che tanto aiuta i carabinieri nelle deduzioni necessarie alle indagini.

Ho molto amato gli scambi verbali tra i carabinieri delle Guardie Reali Gianfilippo Pellerey e Ulrico Dalmasso: ogni loro dialogo è un piccolo capolavoro umoristico e tratteggia in maniera molto efficace le varie sfaccettature del loro carattere (e del carattere di tanti italiani).

Infine, argomento di grande fascino per me è stata l'ambientazione nel mondo della lirica, che, mi rendo conto, può forse allontanare chi non ha la competenza per calarsi immediatamente nel mondo di "tenori di grazia" e "soprani drammatici". In realtà, l'universo della lirica è affascinante e interessante come tutti i microcosmi, con meschinità e piccinerie accanto a gesti tragici e plateali di vendetta o di amore appassionato, e Malvaldi riesce a presentarci il mondo delle opere liriche, e in particolare della Tosca, in modo molto accattivante: deliziosa e sinceramente divertente è la descrizione delle sventure che accompagnano da sempre la rappresentazione di quest'opera in particolare.

Un'ultima cosa: quasi altrettanto affascinante del romanzo è la nota finale intitolata "Tra il verosimile e il vero", in cui Malvaldi ci parla brevemente del substrato reale che sottende alla sua narrazione. Troviamo infatti aneddoti e note su alcuni dei personaggi storici citati nel romanzo, scelti e descritti nello stesso stile ironico del romanzo, che ci regalano un ulteriore sorriso anche quando la lettura è quasi conclusa (la lettera dall'Egitto di Puccini alla sorella è un vero capolavoro da leggere ad alta voce!).

Amo molto il Malvaldi dei vecchietti del Bar Lume, ma trovo che la dimensione più vera e riuscita per questo autore sia proprio quella del giallo umoristico, non solo storico, in romanzi stand-alone con personaggi davvero molto ben caratterizzati. Adesso non vedo l'ora che di tuffarmi di nuovo nelle sue atmosfere, con "Negli occhi di chi guarda" (già in bilico sulla pila sul mio comodino).

Cheers,
Eva

domenica 1 ottobre 2017

Acquisti di Ottobre

Hello!

Siamo decisamente in autunno, ormai, e come tutti gli anni mi rendo conto di quanto ami profondamente questa stagione e soprattutto il mese di Ottobre che finalmente sta per cominciare. Amo le belle giornate ancora lunghette (fino alla temuta ora legale), amo il fresco del mattino e certe giornate ancora calde, amo le prime torte e le prime tazze di tisana serale.
Ieri poi sfogliavo la mia agenda, sulla quale segno indifferentemente i miei impegni di lavoro, gli impegni sportivi e sociali di mio figlio (molti più dei miei) e le novità del mese di vario genere... e mi sono resa conto che Ottobre sarà un mese ricco di uscite librarie per me interessanti.
E allora, in questo primo giorno ottobrino, vi listo qui i miei acquisti già programmati... che si andranno ad aggiungere alla mia già infinita lista di letture ma, ehi, quanto sono felice quando ho una pila di libri traballanti sul comodino!

ORIGIN
Dan Brown
Mondadori
Data uscita 3 Ottobre

Robert Langdon, professore di simbologia e iconologia religiosa a Harvard, è stato invitato all'avveniristico museo Guggenheim di Bilbao per assistere a un evento unico: la rivelazione che cambierà per sempre la storia dell'umanità e rimetterà in discussione dogmi e principi dati ormai come acquisiti, aprendo la via a un futuro tanto imminente quanto inimmaginabile. Protagonista della serata è Edmond Kirsch, quarantenne miliardario e futurologo, famoso in tutto il mondo per le sbalorditive invenzioni high-tech, le audaci previsioni e l'ateismo corrosivo. Kirsch, che è stato uno dei primi studenti di Langdon e ha con lui un'amicizia ormai ventennale, sta per svelare una stupefacente scoperta che risponderà alle due fondamentali domande: da dove veniamo? E, soprattutto, dove andiamo? Mentre Langdon e centinaia di altri ospiti sono ipnotizzati dall'eclatante e spregiudicata presentazione del futurologo, all'improvviso la serata sfocia nel caos. La preziosa scoperta di Kirsch, prima ancora di essere rivelata, rischia di andare perduta per sempre. Scosso e incalzato da una minaccia incombente, Langdon è costretto a un disperato tentativo di fuga da Bilbao con Ambra Vidal, l'affascinante direttrice del museo che ha collaborato con Kirsch alla preparazione del provocatorio evento. In gioco non ci sono solo le loro vite, ma anche l'inestimabile patrimonio di conoscenza a cui il futurologo ha dedicato tutte le sue energie, ora sull'orlo di un oblio irreversibile. Percorrendo i corridoi più oscuri della storia e della religione, tra forze occulte, crimini mai sepolti e fanatismi incontrollabili, Langdon e Vidal devono sfuggire a un nemico letale il cui onnisciente potere pare emanare dal Palazzo reale di Spagna, e che non si fermerà davanti a nulla pur di ridurre al silenzio Edmond Kirsch. In una corsa mozzafiato contro il tempo, i due protagonisti decifrano gli indizi che li porteranno faccia a faccia con la scioccante scoperta di Kirsch... e con la sconvolgente verità che da sempre ci sfugge.



NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA
Marco Malvaldi
Sellerio
Data Uscita 12 Ottobre

In un magnifico podere nel cuore della campagna toscana vivono due gemelli sessantenni, Alberto e Zeno Cavalcanti; hanno passato tutta la loro vita nella superba tenuta di famiglia. Alberto, ex broker fallito, ha dilapidato quasi tutto il suo denaro in investimenti sbagliati; Zeno è un collezionista d'arte mite e tranquillo, e vive con il suo anziano maggiordomo Raimondo, un matto che ha girato alcuni manicomi in gioventù prima di stringere sincera amicizia con il suo datore di lavoro. I gemelli richiedono una consulenza medica un po' singolare: in pratica vogliono sapere quale dei due ha più probabilità di morire prima dell'altro. La questione è legata alla vendita del podere Pianetti; Alberto, che è in bolletta, è favorevole. Zeno contrario. I due hanno da tempo iniziato a vendere particelle della proprietà, ma una holding di cinesi vorrebbe comprarla per intero per farne un albergo. I fratelli hanno draconianamente deciso che verrà rispettata la volontà di chi sarà dichiarato il più longevo. Una notte un incendio sveglia i residenti della tenuta e quando il fuoco viene domato, tra gli sterpi viene trovato il cadavere di Raimondo. I sospetti si appuntano su Alberto, ma qualcuno, tra i residenti, tira fuori la storia del Ligabue. Il vecchio Raimondo sosteneva infatti di avere un'opera autentica di Ligabue regalatagli dallo stesso pittore insieme al quale era stato rinchiuso in un manicomio alla fine degli anni '50. Ma dove è finito il dipinto? Podere Pianetti viene messo sottosopra, ma del quadro nessuna traccia. Fino a che un'altra morte fa intravedere una incredibile e assurda verità.




LA SETTIMA PIAGA
James Rollins
Nord
Data Uscita 19 Ottobre

Egitto, 1324 a.C. Il nemico è alle porte. Arriva dalle stesse terre da cui il suo popolo era scappato, per sfuggire alle piaghe e a un faraone assetato di vendetta. Ora la sacerdotessa ha una sola preoccupazione: assicurarsi che nessuno scopra il dono che la sua gente ha ricevuto da Dio, una benedizione nascosta nel cuore di una maledizione.
Londra, 1895. Un amuleto, portato dall'Africa, che si dice contenga le acque del Nilo tramutate in sangue dalla furia del Signore. Gli indigeni non hanno mai osato toccarlo, convinti che quell'oggetto fosse portatore di sventura. Ma gli scienziati della Royal Society non temono simili superstizioni e lo aprono. Nel giro di pochi giorni muoiono tra atroci sofferenze.
Il Cairo, oggi. Nel deserto del Sudan, viene rinvenuto il corpo di Harold McCabe, archeologo scomparso due anni prima. Durante l'autopsia, i medici si accorgono che l’uomo è stato mummificato mentre era ancora in vita e che il suo cervello emette uno strano bagliore rosato. Dopo poche ore, tutto il personale entrato in contatto con McCabe cade vittima di una misteriosa malattia. Per contenere il contagio, le autorità chiedono aiuto a Painter Crowe. Il direttore della Sigma Force e Grayson Pierce si recano immediatamente sul posto, senza sapere che è iniziata la caccia a un segreto tanto antico quanto pericoloso, che rischia di decimare la popolazione mondiale. Dall'Egitto al Circolo Polare Artico, dall'Inghilterra al Ruanda, Painter e i suoi compagni saranno coinvolti in una corsa contro il tempo per fermare una catastrofe di proporzioni bibliche.

Voi cosa avete in programma di acquistare?

Cheers,
Eva



lunedì 25 settembre 2017

RECENSIONE - La banda degli invisibili - Fabio Bartolomei

Hello!

Ancora la recensione di un libro e/o, in cui l'insolito protagonista è molto in là con gli anni... anziano... vecchio, insomma.

RECENSIONE
LA BANDA DEGLI INVISIBILI
Fabio Bartolomei
2012,  Edizioni e/o

TRAMA: A ottantasette anni si dovrebbe avere di meglio da fare che brigare per un amore irraggiungibile, impegnarsi in azioni di disturbo alle auto blu in corsia preferenziale e studiare un piano per rapire... Silvio Berlusconi. Ma Angelo è un ex partigiano che tendeva agguati ai convogli della Wehrmacht, che sopravvive con la pensione minima, che non riesce più a far valere i propri diritti nemmeno con un impiegato del comune e che lotta quotidianamente contro una società che fa di tutto per farlo sentire inutile. E così, proprio quando sarebbe lecito disinteressarsi del mondo e pensare solo a trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita, Angelo decide di reagire e di ottenere dall'uomo più potente del Paese ciò che secondo lui gli spetta di diritto. Insieme ad alcuni amici del centro anziani metterà a punto un piano incruento e geniale, che però sembra non tenere conto di una questione fondamentale: come possono sperare dei vecchi malconci di riuscire a rapire uno degli uomini più scortati al mondo?



Noialtri, invece, siamo vecchi dell'altro tipo, siamo quelli ben attaccati alle cose di sempre, quelli che dicono: "Il pesce crudo? Vuoi mettere quanto è più buono un piatto di spaghetti con le vongole?". Passiamo metà della vita a cercare di cambiare il mondo e l'altra metà a cercare di mantenerlo com'era. Imprese che contemplino un margine di successo non c'interessano proprio.

In una società come la nostra, dove se non sei ricco, bello, giovane e di successo come minimo sei ignorato e come norma sei sbeffeggiato e regolarmente offeso, avere più di 80 anni, prendere la pensione sociale minima ed essere pieno di acciacchi di salute comporta inevitabilmente sentirsi ormai ai margini, inutile, senza prospettive, in attesa dell'inevitabile... oppure no?

Che meravigliosa scoperta questo autore italiano, a me non del tutto sconosciuto (recentemente ero stata colpita della lusinghiere recensioni del suo ultimo libro "La grazia del demolitore") ma finora - e non so assolutamente spiegare perché - ignorato in favore di altre letture. E invece, complice un buono regalo e il desiderio di leggere dopo un po' di tempo una storia ambientata nel nostro paese, ho deciso di optare per le avventure di una sgangherata banda di ultraottantenni, romani de Roma del quartiere della Montagnola. Ettore, Osvaldo, Filippo e la voce narrante Angelo mi sono entrati nel cuore subito: quattro ex-partigiani o quasi, che si arrabbattano in un quotidiano fatto di difficoltà pratiche e solitudini immeritate, che vivono o meglio vivacchiano nel loro quartiere, tra una partita di scopa al bar di Fernanda e una passeggiata in un parchetto pieno di erbacce e cacche di cane.

Assistiamo a scene di ordinaria vita quotidiana, a siparietti deliziosi con i compagni del centro anziani, descritti da Bartolomei con uno stile meraviglioso, con levità e ironia. Più volte ho sorriso e addirittura riso di cuore, quando i terribili vecchietti si organizzano nel loro piano diabolico di "rallentamento auto blu" (rapido primo passo sulle strisce pedonali all'arrivo dell'auto di rappresentanza, saltino all'indietro a seguito di brusca frenata del prepotente, busta delle arance abilmente lasciata andare con effetto drammatico, simulazione di infarto, improperi lanciati a tutto spiano dagli astanti in attesa alla fermata dell'autobus, fuga ignominiosa del prepotente spernacchiato e "sfanculato" con soddisfazione e senza pietà) o quando coordinano un piano di resistenza agli antennisti infingardi che spillano soldi agli anziani del quartiere per risintonizzare i loro decoder... Bartolomei ha un dono, una scrittura piena e lieve allo stesso tempo, un modo di raccontare che ti avvolge e ti trascina con sé, ti trasporta al centro anziani a ballare l'Hully Gully, o a guardare nello scavo di un quartiere con le braccia incrociate dietro la schiena, o in un triste e malconcio ufficio pubblico a cercare di far valere i propri diritti e a pretendere almeno un po' di umanità, in luoghi che d'ora in poi mai più potrò frequentare senza cercare con gli occhi un anziano signore vestito di tutto punto in attesa paziente del suo turno (c'è sempre, fidatevi. C'è, anche se noi non lo vediamo).

Il progetto di rapire Silvio Berlusconi per estorcergli le scuse per quello che di male ha fatto e sta facendo per il paese, progetto di cui si parla in sinossi, diventa una sottotraccia surreale e concreta al tempo stesso, un disegno a cui i quattro terribili vecchietti lavorano per mesi, alimentandolo con le piccole frustrazioni quotidiane di una vita fatta di attese disattese, di mancanza di rispetto, di dolorosa presa di coscienza che il mondo, quello stesso mondo che loro hanno cercato di rendere un po' migliore, ora non ha più posto per loro.

Ma per fortuna Bartolomei riesce a regalarci una piccola speranza concreta, con un finale delicato e commovente, seguendo i protagonisti, i comprimari e le semplici comparse nella loro realtà quotidiana, che a volte basta così poco per colorare di nuovo.

Grazie a Fabio Bartolomei per questa galleria di persone splendide e per questo squarcio di vita di quartiere romano (così vicino a casa mia). Ora, non vedo l'ora di tuffarmi nelle altre storie create da questo bravissimo scrittore.

Cheers,
Eva

venerdì 22 settembre 2017

RECENSIONE - Le coincidenze dell'estate - Massimo Canuti

Hello!

Buongiorno in questo primo giorno di autunno! Per celebrare e salutare questa lunga calda estate che oggi, astronomicamente, se ne va, vi parlerò di un piccolo gioiello misconosciuto che ho scoperto per puro caso, pubblicato quasi in sordina da una delle mie case editrici "feticcio", il cui progetto editoriale si conferma, ancora una volta, di altissima qualità.

RECENSIONE
LE COINCIDENZE DELL'ESTATE
Massimo Canuti
2016, Edizioni e/o

TRAMA: Milano, estate. Vincenzo è un adolescente particolare: ha pochi amici, è amante della musica metal e degli skate, e non sa ancora bene se è attratto dai ragazzi o dalle ragazze. Italo è un uomo di circa cinquant'anni che un giorno si sveglia su un marciapiede e non ricorda nulla del suo passato. Comincia a vivere come un barbone cercando di ricostruire la sua identità finché non finisce per caso nell'androne del palazzo di Vincenzo. Il ragazzo ha un lampo, sembra riconoscerlo, ma fa finta di non averlo mai visto prima. Dove ha incontrato quell'uomo? E come ha fatto Italo a perdere la memoria? Ma ecco che in loro soccorso arriva Evelina, anziana inquilina del palazzo ed ex parrucchiera dei divi di Cinecittà. Sarà proprio lei, con la sua eccentrica vitalità e tenera presenza, a riannodare i fili di un passato fatto di bugie e risentimenti. "Le coincidenze dell'estate" è un romanzo sull'amicizia inaspettata che può nascere fra tre persone di generazioni diverse, ma non solo. Parla della difficoltà di crescere in una famiglia a pezzi, della scoperta dell'omosessualità, del coraggio di uscire allo scoperto; è un romanzo sulla crudeltà del mondo del lavoro e su quanto sia traumatico ripartire da zero dopo aver perso tutto. Ma è soprattutto un romanzo sulla scoperta della propria identità. Tra sorelle circensi, suonatori di polka e ragazzine provocanti, Massimo Canuti scrive un libro che a tratti assume la forma del giallo. Il tutto nell'insolita cornice di una Milano afosa, lenta e deserta, lontana dallo stereotipo della città fredda, svelta e indifferente che non lascia spazio a nessun contatto umano.

Il ragazzo sale con un piede sullo skate e con l'altro si dà una spinta, avviandosi lungo la strada leggermente in discesa; i capelli a fargli da scia e gli auricolari ben piantati negli orecchi. Poco più in là, un uomo sta orinando davanti a un palo della luce. Ha cinquantasei anni, anche se in quelle condizioni ne dimostra decisamente di più.
Il ragazzo non si accorge dell'uomo.
L'uomo non si accorge del ragazzo.
Ma non è detto che le cose siano destinate a rimanere così.

E' stato un vero piacere leggere questo romanzo, tanto che una volta iniziato non sono riuscita a smettere finché i miei occhi non si sono posati sull'ultima parola, e io l'ho richiuso soddisfatta e felice di aver scoperto questo gioiello, "misconosciuto", come dicevo all'inizio. Sì perchè in effetti si è parlato pochissimo di questo romanzo di Massimo Canuti, un quasi esordiente nel quale la giovane casa editrice e/o ha creduto, con ragione.

La storia è semplice e la narrazione scorre lineare: una galleria di personaggi si muovono in una Milano insolita. Non la fredda, frenetica metropoli del fare, del correre, del vendere e comprare, ma una città addormentata, immobile, bloccata in un'estate afosa e solitaria, nella quale tre esistenze lontanissime l'una dall'altra si incrociano imprevedibilmente.

Vincenzo, un adolescente inquieto, solo, incompreso dalla sua famiglia (odiosa sua madre, insopportabile suo padre), incerto su di sé e sui suoi desideri; Italo, un cinquantenne perso, una vita interrotta e sospesa senza nemmeno sapere perché, alle prese con ricordi che non vogliono tornare e nuove difficoltà da affrontare; Evelina, un'anziana arzilla ed eccentrica, allegra all'apparenza, che nasconde dentro di sé un grande dolore. Attorno ai tre protagonisti, che spinti dalle circostanze iniziano una strampalata quasi-convivenza in un vecchio palazzo che sembra quasi abbandonato, in un quartiere svuotato per le vacanze, in una città in cui improvvisamente si sentono rumori dimenticati non più sovrastati dal rombo delle macchine, si aggirano personaggi eccentrici e imprevedibili: un gruppo di suonatori di polka, ragazzini della Milano bene alle prese con gli ultimi scampoli del loro periodo cittadino prima di partire per i luoghi di ricca villeggiatura di famiglia, una sorella ritrovata e una nipotina molto speciale, e poi un barbone molto ironico e un po' filosofo, e insieme a lui un'avventura nella esotica Lodi, a bordo di una mitica Mini Cooper Montecarlo degli anni Settanta.

L'amicizia nasce nei luoghi più improbabili, tra le persone più diverse, e si manifesta nei modi più strani: regalando una bottiglia di succo di cavolo rosso per far passare una sbornia, oppure invitando una vecchia signora a vedere un vecchio film neorealista: questo ci racconta Massimo Canuti in questa sua bellissima storia. Un romanzo che è incentrato sulla ricerca di sé stessi, dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, insomma di quello che ci rende felici, fosse anche soltanto disegnare uno skate, o costruire giocattoli di legno, o lanciare palline in aria per far divertire gli ammalati. O abbracciare finalmente qualcuno, che è sempre un buon punto di partenza.

Cheers,
Eva

martedì 12 settembre 2017

RECENSIONE - Certi bambini - Diego De Silva

Hello!

Oggi vi parlo di una storia intensa e dolorosa, di cui Roberto Saviano ha scritto "Beato chi non ha ancora letto questa storia, perché ora può farlo".

RECENSIONE
CERTI BAMBINI
Diego De Silva
2001, Einaudi

TRAMA: Rosario, undici anni, un completino da calciatore nella borsa degli allenamenti, va a compiere la sua prima esecuzione di camorra al termine di un lungo tirocinio d'istruzione a uccidere. Tornando nel suo quartiere in metropolitana, ripercorre a ritroso le tappe più significative del cammino che lo ha portato fino a quel punto. E la storia di Rosario diventa il racconto di un mondo spaventoso che è il nostro mondo. De Silva racconta uno dei peggiori delitti che la criminalità contemporanea abbia scelto di commettere, il furto dell'infanzia.








Rosario di espressioni non ne ha quasi. Per la sua faccia è sempre tutto normale. Cose come la meraviglia o lo smarrimento o l'allegria o la pena o la ripugnanza non hanno presa su di lui. Rosario guarda succedere le cose fino alla fine. Si prende quello che può finché qualcuno non glielo toglie.

Ho dovuto far passare un po' di giorni prima di sedermi al computer per scrivere le mie impressioni su questo libro. Lasciar decantare un po' le emozioni, sedimentare le immagini che la lettura mi ha riportato alla memoria. Credo che leggere questo libro per chi, come me, ha vissuto tanto tempo a Napoli e, non essendoci nata, riesce a guardare con distacco ai suoi enormi problemi, abbia un effetto ancora più dirompente. Chi è nato e ha sempre vissuto in un ambiente tranquillo, pulito, nemmeno lontanamente sfiorato dall'abisso in cui invece vivono immersi i protagonisti del romanzo, chi questo abisso l'ha solo visto da lontano, una notizia come le altre in televisione, un racconto di chi questo abisso l'ha solo sfiorato e pure ne è scappato via il più lontano possibile, credo che non possa capire l'orrore che ho provato io nel leggere certe cose e sapere che è tutto vero.

Sono vere certe periferie orrende e spaventose in cui le persone normali non capitano mai se non per sbaglio, e quando accade di doverle attraversare si fa in fretta a scappare via veloci perché la desolazione, lo squallore e la rovina sono assoluti.

Sono veri certi personaggi ambigui e penosi, macchiette di quartiere degradati di questa che Curzio Malaparte definisce una "metropoli di carne", una città in cui la gente vive fuori, per strada, e fuori ama, odia, lotta, sputa, colpisce, spara.

Sono veri gli sguardi di certi bambini, come quelli della magnifica copertina del romanzo, profondi e dolorosamente perduti. Già grandi, perché in certi posti a Napoli non sei bambino mai, perché a seconda di dove nasci già si sa cosa diventerai, e molto presto, anche.

Nel libro, seguiamo Rosario, bambino non più tale di undici anni, che a undici anni ha già compiuto il percorso che porta tanti "scugnizzi" a diventare carne da macello, sfruttati e allo stesso tempo consapevoli soldati della camorra, come in "La paranza dei bambini" recentemente pubblicato da Roberto Saviano (io che non avevo avuto il coraggio di leggerlo, quel libro, sono poi incappata quasi per sbaglio in questo breve romanzo misconosciuto di De Silva, che ancora mi riporta il fiele in bocca e le lacrime agli occhi dopo averlo letto...).

La scrittura di De Silva è lucida, fredda, quasi analitica nel descrivere semplicemente i pensieri di Rosario dopo il suo primo omicidio, i suoi ricordi vaghi mentre torna in metropolitana nel suo quartiere, la pistola nascosta nella maglietta da calciatore, in una borsa sotto il sedile. Ripercorriamo insieme a lui tutti i passi che l'hanno portato là dove era inevitabile che arrivasse, tutti i dolori, gli abbandoni, le delusioni, le amicizie malate con altri bambini perduti come lui. Madri che vendono le figlie ragazzine, genitori che non ci sono e che se ci sono fanno solo male, uomini bestie che sfruttano i piccoli per i furti, che li violentano, che li trattengono a forza nel degrado umano e morale di chi non ha mai visto niente di veramente bello e quando gli capita davanti ci sputa sopra.

Povero Rosario perduto, poveri certi bambini che da quando sono nati non hanno mai avuto neanche uno straccio di possibilità ed è inutile far finta del contrario. Ci sono personaggi positivi a cui rivolgersi? Può esserci solo un prete a gridare a fronte del silenzio complice dello Stato, che in certi posti si presenta solo con la faccia di poliziotti crudeli e non molto diversi dalle bestie con cui certi bambini sono costretti ad avere a che fare? De Silva riesce, con questo suo romanzo, a farci interrogare, a far nascere un seme di dubbio: se mio figlio non è come certi bambini, è un merito? O non è piuttosto frutto del caso, che ci fa nascere in un quartiere piuttosto che un altro, in una strada piuttosto che un'altra?

Quando ho finito questo libro, a notte fonda, perché non riuscivo a staccarmi dalle pagine nette e taglienti di De Silva, mi sono alzata e sono andata a fare una carezza a mio figlio che dormiva. Avevo le lacrime agli occhi. Certi bambini, dell'età di mio figlio, che come mio figlio dovrebbero solo pensare a giocare, a sbuffare facendo i compiti di matematica e a sporcarsi la faccia di gelato al cioccolato, non hanno neanche una possibilità di salvarsi. Certi bambini non sono più bambini da tanto tempo. Certi bambini non hanno nessuno che li ama.

Eva

lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE - La rete di protezione - Andrea Camilleri

Hello!

Buongiorno e buona settimana! Oggi ritorniamo nella splendida Sicilia per parlare dell'ultimo romanzo di un autore (per fortuna) prolifico e sempre capace di "affatare".

RECENSIONE
LA RETE DI PROTEZIONE
Andrea Camilleri
2017, Sellerio

TRAMA: Vigàta è in subbuglio: si sta girando una fiction ambientata nel 1950. Per rendere lo scenario quanto più verosimile la produzione italo-svedese ha sollecitato gli abitanti a cercare vecchie foto e filmini. Scartabellando in soffitta l’ingegnere Ernesto Sabatello trova alcune pellicole, sono state girate dal padre anno dopo anno sempre nello stesso giorno, il 27 marzo, dal 1958 al 1963. In tutte si vede sempre e soltanto un muro, sembra l’esterno di una casa di campagna; per il resto niente persone, niente di niente. Perplesso l’ingegnere consegna il tutto a Montalbano che incuriosito comincia una indagine solo per il piacere di venire a capo di quella scena immobile e apparentemente priva di senso. Fra sopralluoghi e ricerche poco a poco in quel muro si apre una crepa: un fatto di sangue di tanti anni fa, una di quelle storie tenute nell’ombra.




Pirchì 'na storia accussì annava a toccari un tasto priciso della sò natura, attratta certo dalle facenne giudiziarie, ma puro, e forsi soprattutto, da quella matassa 'ntricata che è l'anima dell'omo in quanto omo.

Non posso che essere grata, profondamente grata del fatto che Andrea Camilleri, nonostante l'età e gli acciacchi, abbia ancora tante storie dentro di sé da tirare fuori, da raccontare, da condividere con noi appassionati. Il "maestro", da alcuni anni, deve purtroppo fare i conti con un grave problema agli occhi che lo costringe a dettare le sue opere alla sua assistente, piuttosto che metterle materialmente nero su bianco, ma a me in fin dei conti piace perfino di più immaginarlo mentre, con in mano l'ennesima sigaretta, costruisce nella sua testa l'intreccio e immagina l'evolversi della storia e delle vicende dei suoi personaggi, per raccontarla poi con la sua voce roca.

Anche questo suo ultimo lavoro racconta di un'indagine del commissario italiano più famoso, quel Salvo Montalbano che per tutti ha ormai le fattezze televisive di Luca Zingaretti, che si muove nel mondo ormai conosciutissimo e familiare di Vigàta, della sua villa a Marinella, dell'intrico di contrade e trazzere in cui si reca quando Catarella o Fazio lo svegliano per comunicargli che c'è stata un'ammazzatina.

In questa nuova indagine però non c'è la mafia, non ci sono fatti di sangue né intrighi politici, bensì due storie abbastanza ordinarie e "quotidiane", che Montalbano segue in parallelo, approcciandosi con la consueta e caratteristica umanità: un "cold case", quasi un'indagine intellettuale, stimolata dal ritrovamento di una serie di misteriose riprese datate più di cinquant'anni - che è quello di cui parla la sinossi, e poi un caso molto attuale, in cui il commissario deve avere a che fare con cose che gli sono lontane - la tecnologia, il linguaggio impossibile degli adolescenti di oggi, il bullismo.

E' un Montalbano umanissimo quello che ritroviamo, e con quanto piacere!, tra queste pagine, un omaggio a una narrazione collettiva che travalica i confini di una sicilianità marcata e pure ve ne è immersa, con questo uso del dialetto sempre più abbondante, una lingua musicale, caratteristica e che lascia "affatati". Un Montalbano che ha la mente sempre lucida per il ragionamento e il cuore un po' ammaccato quando ripensa alla sua vita, alla sua solitudine di bambino orfano di mamma troppo presto, a quell'occasione di paternità mancata con Francois, dolcissimo bambino ne "Il ladro di merendine" e dolorosamente perduto in "Una lama di luce", qui presente con un solo brevissimo accenno che però, in chi segue il commissario dalle prime indagini come me, ha generato una profonda commozione.

Ho trovato questo romanzo godibilissimo, appassionante, una bella prova d'autore per uno scrittore alle prese con un personaggio ormai storico, che tutti amiamo, giunto ormai alla venticinquesima indagine (senza contare gli innumerevoli racconti), che ha avuto inevitabilmente qualche flessione narrativa ma che ogni volta sa rinnovarsi e farsi accogliere con piacere. Proprio come un vecchio amico.

Cheers,
Eva

venerdì 8 settembre 2017

RECENSIONE - Il Caso Malausséne - D. Pennac

Hello!

Prima recensione di settembre, una delle tante che avevo in sospeso e che spero possa interessarvi, visto che riguarda un libro atteso da tante persone (oltre che da me)...

RECENSIONE
IL CASO MALAUSSENE. MI HANNO MENTITO
Daniel Pennac
Le cas Malaussène. Ils m'ont menti, trad. Yasmina Melaouah
Feltrinelli, 2017

TRAMA: La mia sorellina minore Verdun è nata che già urlava ne La fata carabina, mio nipote È Un Angelo è nato orfano ne La prosivendola, mio figlio Signor Malaussène è nato da due madri nel romanzo che porta il suo nome e mia nipote Maracuja è nata da due padri ne La passione secondo Thérèse. E ora li ritroviamo adulti in un mondo che più esplosivo non si può, dove si mitraglia a tutto andare, dove qualcuno rapisce l’uomo d’affari Georges Lapietà, dove Polizia e Giustizia procedono mano nella mano senza perdere un’occasione per farsi lo sgambetto, dove la Regina Zabo, editrice accorta, regna sul suo gregge di scrittori fissati con la verità vera proprio quando tutti mentono a tutti. Tutti tranne me, ovviamente. Io, tanto per cambiare, mi becco le solite mazzate.




Perché mi mancano così tanto, quei fagotti di illusioni? Andare a seminare il "bene" ai quattro angoli del mondo, ma ti pare... Com'è scivolata via in fretta la loro infanzia, nel nostro Vercors di selce e di vento! Sarebbero cresciuti più lentamente, se avessimo passato tutte le estati a Belleville...?

Malausséne è tornato!
A più di vent'anni dalla pubblicazione de "Il paradiso degli orchi", il primo romanzo sulla famiglia più strampalata e amata di Parigi, Daniel Pennac mantiene la promessa fatta a una sua fan e si rituffa nel mondo della famiglia di Belleville, le cui avventure aveva descritto in cinque magnifici gialli: dopo il primo, citato sopra, le avventure della tribù Malausséne erano state raccontate ne "La fata carabina", ne "La prosivendola", in "Signor Malausséne" e, infine, nel finale della saga, "La passione secondo Thérèse". Dopo la pubblicazione di quest'ultimo libro, Pennac aveva dichiarato esaurita la storia di Benjamin e dei suoi fratelli, nipoti, figli, amici. E invece... e invece, come dicevo all'inizio, Malausséne è tornato!

Per una curiosa coincidenza, poche ore dopo aver letto l'ultima pagina del libro, mi è arrivata sul cellulare la foto di un'amica: in vacanza in Germania, aveva insapettatamente incrociato un amico comune, che entrambe non vedevamo da più di quindici anni. Che sorpresa pazzesca rivedere quel viso, cambiato, un po' invecchiato, certo, diverso dall'immagine da ragazzo che avevo impressa nella mente! E' proprio questa la sensazione che ho provato leggendo questo libro di cui vi parlo oggi: una sensazione straniante di familiarità e allo stesso tempo di estraneità. Verdun, Benjamin, Julie, Sigma, Mara... li avevo conosciuti ragazzi, bambini, neonati. Li ritrovo di mezza età, universitari, adolescenti, immersi in pieno in un mondo che è cambiato a velocità pazzesca in questi vent'anni, in modi che non avremmo mai neanche lontanamente immaginato. Vent'anni non passano senza lasciare il segno, né sui corpi né sullo spirito. Qualcuno è cambiato, qualcuno cerca ostinatamente di rimanere fedele a sé stesso, qualcun altro cede alla nostalgia...

Non sono sicura che questo romanzo possa piacere pienamente a chi non ha letto i precedenti, all'età giusta per averli letti: né troppo giovani né troppo vecchi, abbastanza per potersi essere immedesimati in Benjamin quando aveva vent'anni e per poterlo fare ora che di anni ne ha più di quaranta e ha vissuto le stesse ansie e gli stessi dolori. In ogni caso, lo stile di Pennac è una vera goduria, con questi continui salti del punto di vista che rendono la lettura pirotecnica e colorata, con questa vicenda intricata e tanto calata nei nostri tempi, con un colpo di scena (si tratta pur sempre di un giallo, anche se assolutamente sui generis) che io davvero non mi aspettavo... e anche con la piccola sorpresa finale: la fine che non è una fine, con questo "continua" che arriva all'improvviso, che ti fa esclamare "no! proprio sul più bello!".

"Mi hanno mentito" ci reintroduce al mondo della famiglia Malausséne, presentandoci anche una scoppiettante galleria di personaggi nuovi e interessanti, sia nei loro aspetti positivi che in quelli negativi (oh, detestabile Georges Lapietà!). Tra essi spicca il romanziere soprannominato Alceste, autore del nuovo best-seller delle edizioni de Il Taglione "Mi hanno mentito", e che Benjamin è incaricato di proteggere. Per farlo lo nasconde nel "suo" Vercors, al sicuro dai parenti inferociti dei quali ha raccontato senza nessuna remora segreti e miserie nel suo romanzo-verità. Per dirla con Alceste:

il mio editore avrà il coraggio di pubblicare "La loro grandissima colpa"?

Io non vedo l'ora!

Cheers,
Eva

mercoledì 6 settembre 2017

Bentornato Settembre!

Hello!





Grazie per esservi riaffacciate da me, qui sul mio angolo.
E' bello anche per me ritornare, dopo una lunga pausa rigenerante, trascorsa insieme alla mia famiglia, a riposarmi, a chiacchierare con le mie sorelle, a coccolare il mio piccolo uomo nei rari momenti in cui lo vedevo (quante cose riesce a far entrare nelle sue giornate di vacanza un bambino di dieci anni?), a guardare il cielo sperando di scorgere una stella cadente (che cade sempre dalla parte opposta a dove tu guardi!), e soprattutto a leggere... allungata su una sdraio all'ombra, con mio marito accanto, ognuno con il suo libro in mano, e un concerto di cicale a farci compagnia.
C'è stato spazio anche per un piccolo viaggio di scoperta, in una regione della Francia (l'Alvernia) a me sconosciuta: affascinante, sferzata dal vento, punteggiata di borghi percorsi da dedali di stradine acciottolate che si aprono poi su imponenti cattedrali gotiche, e costellata di Puy, vecchi vulcani addormentati, ricoperti di boschi incontaminati.
Il ritorno alla realtà romana, con la sua routine di lavoro, casa, preparazione alla scuola per il mio bambino, non è stato semplice ma come ogni settembre si riparte, carica di una speciale energia che mi fa guardare alle prossime settimane con curiosità.
Ci vediamo presto qui sul mio blogghino!

Cheers,
Eva

giovedì 3 agosto 2017

Buone vacanze!

Hello!


Questo è un breve post per salutarvi e augurarvi buone vacanze!

Nelle prossime settimane sarò in vacanza con la mia famiglia e quindi non sarò assidua qui sul blog, che quindi si prende anche lui un po' di ferie.

A presto, e mi raccomando: divertitevi, riposatevi, rilassatevi, sognate!

Cheers,
Eva



lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE - Intrigo italiano - C. Lucarelli

Hello!

Oggi vi parlo di un romanzo di un autore italiano, molto conosciuto anche per i suoi programmi televisivi color "blu notte"...

RECENSIONE
INTRIGO ITALIANO
Carlo Lucarelli
2017, Einaudi

TRAMA: Quando il commissario De Luca, appena richiamato in servizio dopo cinque anni di quarantena, si sveglia da un incidente quasi mortale, non gli occorre troppo tempo per mettere in fila le tante cose che non tornano. Da lunedì 21 dicembre 1953 a giovedì 7 gennaio 1954, con in mezzo Natale ed Epifania, mentre la città intirizzita dal gelo scopre le luci e le musiche del primo dolcissimo consumismo italiano, tra errori, depistaggi, colpi di scena il mosaico dell'indagine, scandita come un metronomo, si compone. E ciò che alla fine ha di fronte non piace affatto a De Luca. Per il ritorno del suo primo personaggio, amatissimo dai lettori, Lucarelli ha saputo evocare una Bologna che non avevamo mai visto così. E ha saputo tessere il più imprevedibile, misterioso romanzo, dove la verità profonda di un'epoca che non è mai interamente finita emerge nei sentimenti e nella lingua dei personaggi.





Era una cosa che aveva sempre stupito De Luca fin dai tempi in cui dirigeva la Buoncostume di Bologna, che a vederla da fuori, dalle strade, sembrava una città di pietre, sassi e mattoni, la terra di profido a cubetti e anche il cielo di intonaco sotto le volte dei portici. Poi si aprivano le ante di un portone e apparivano fiori, cespugli e alberi secolari, giardini grandi come piazze, foreste quasi, che attraversavano interi blocchi di case fino alla strada parallela. Aveva sempre pensato che se avesse sorvolato la città con un piccolo aereo, a bassa quota, l'avrebbe visto tutto quel cuore verde tra i tetti rossi di Bologna.

Bologna la dotta, con la sua antichissima Università che risale al 1088; Bologna la grassa, per la sua cucina ricca e sontuosa; Bologna la rossa, con i suoi mattoni medievali che donano la caratteristica colorazione alle sue strade, ai suoi muri, ai suoi portici. E' proprio Bologna la protagonista di questa storia, il romanzo in cui Carlo Lucarelli celebra il ritorno del suo personaggio più famoso. Quel commissario Achille De Luca, le cui inchieste, ambientate tra l'ultimo mese di Salò e le elezioni del 1948, hanno dato origine a una particolare mescolanza di giallo e storico, tratteggiando un periodo cupo e oscuro della storia del nostro paese.

Qui, in questo "Intrigo italiano", ritroviamo il commissario negli ultimi giorni del 1953, in una gelida Bologna coperta di neve, in cui i complessini jazz cominciano a diffondersi e a guadagnare terreno rispetto alle orchestre da balera e un timido benessere di vestiti fatti a mano e calze di nylon sembra alla portata di tutti. Sullo sfondo di una città che si prepara per festeggiare l'inizio del nuovo anno, oscuri personaggi riemersi da un passato torbido e mai dimenticato si muovono nell'ombra, per insabbiare i veri responsabili di un delitto che sconvolge la Bologna bene, e su cui il commissario è chiamato ad indagare.

La trama è ben sviluppata, anche se la storia gialla non è in effetti "fortissima": non ci sono clamorosi colpi di scena e colpevoli misteriosi, ma ho il sospetto che non fosse propriamente questo l'intento dell'autore. Lucarelli in effetti tratteggia un pezzo di Storia italiana, quella con la S maiuscola, che molti preferiscono dimenticare, attraverso la metafora di una piccola storia di provincia, con personaggi ambigui e mai del tutto buoni o cattivi. Lo stesso De Luca, in fondo, ha molte cose nel suo passato da nascondere e dimenticare.

Muovendosi per le strade di una città ritratta così vividamente da saltar fuori dalle pagine, e dare l'impressione al lettore di camminare accanto a lui per vicoli stretti e portici sotto cui ripararsi dalla neve, De Luca insegue l'esile filo delle sue sensazioni e, tenace, prova a dare alla giustizia un volto più umano.

Cheers,
Eva

venerdì 28 luglio 2017

RECENSIONE - L'uomo che metteva in ordine il mondo - Fredrik Backman

Hello!

Oggi andiamo in Svezia, per parlare del primo libro pubblicato in Italia scritto da un giornalista molto famoso, che ha creato il suo personaggio più noto proprio per il suo blog. Le vicende di Ove hanno talmente incuriosito e appassionato migliaia di persone da spingerle a chiederne di più, di farne addirittura il protagonista di un romanzo.

RECENSIONE
L'UOMO CHE METTEVA IN ORDINE IL MONDO
Fredrik Backman
A man called Ove, trad. Anna Airoldi
2014, Mondadori

TRAMA: Ove ha 59 anni. Guida una Saab. La gente lo chiama "un vicino amaro come una medicina" e in effetti lui ce l'ha un po' con tutti nel quartiere: con chi parcheggia l'auto fuori dagli spazi appositi, con chi sbaglia a fare la differenziata, con la tizia che gira con i tacchi alti e un ridicolo cagnolino al guinzaglio, con il gatto spelacchiato che continua a fare la pipì davanti a casa sua. Ogni mattina alle 6.30 Ove si alza e, dopo aver controllato che i termosifoni non stiano sprecando calore, va a fare la sua ispezione poliziesca nel quartiere. Ogni giorno si assicura che le regole siano rispettate. Eppure qualcosa nella sua vita sembra sfuggire all'ordine, non trovare il posto giusto. Il senso del mondo finisce per perdersi in una caotica imprevedibilità. Così Ove decide di farla finita. Ha preparato tutto nei minimi dettagli: ha chiuso l'acqua e la luce, ha pagato le bollette, ha sistemato lo sgabello... Ma... Ma anche in Svezia accadono gli imprevisti che mandano a monte i piani. In questo caso è l'arrivo di una nuova famiglia di vicini che piomba accanto a Ove e subito fa esplodere tutta la sua vita regolata. Tra cassette della posta divelte in retromarce maldestre, bambine che suonano il campanello offrendo piatti di couscous appena fatti, ragazzini che inopportunamente decidono di affezionarsi a lui, Ove deve riconsiderare tutti i suoi progetti. E forse questa vita imperfetta, caotica, ingiusta potrebbe iniziare a sembrargli non così male...

La morte è una cosa curiosa. Viviamo tutta la vita come se non esistesse, ma il più delle volte è una delle ragioni in assoluto più importanti per vivere. Alcuni di noi ne diventano consapevoli così in fretta che vivono più intensamente, più ostinatamente, e in maniera più furiosa. Altri necessitano della sua costante presenza per sentirsi vivi. Altri ancora finiscono per accomodarsi nella sua sala d'aspetto molto tempo prima che lei abbia annunciato il suo arrivo. La temiamo, eppure la gran parte di noi teme soprattutto l'eventualità che colpisca qualcun altro, qualcuno a cui vogliamo bene. Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. Che ci lasci soli.

Che gran divertimento è stato leggere questo bel libro, veloce e scorrevole, con una storia semplice ma che riesce ad "acchiappare" il lettore e a coinvolgerlo talmente da non riuscire a interrompere fino all'epilogo. La letteratura nordica, e in particolare quella svedese, soprattutto negli ultimi anni è stata identificata per la maggior parte con storie cupe di serial killer, delitti efferati e ambientazioni angoscianti: che boccata d'aria fresca questo romanzo "piccolo", su una vicenda "piccola", quotidiana, della porta accanto. E che bel personaggio questo di Ove, un uomo d'altri tempi, fedele alle cose di altri tempi, quello che potremmo definire "quadrato". Un uomo arcigno, scostante, rigido e inflessibile nelle sue abitudini, che non concepisce la deviazione dalle regole, la tolleranza, il compromesso. Un uomo che litiga, tiene il muso con chiunque, non fa errori e non accetta gli errori altrui: potrebbe sembrare un uomo irritante e un personaggio negativo, e invece dietro si intuisce una tenerezza, una luce, proprio come ha fatto sua moglie Sonja, che lo ha amato per com'è fatto da subito, e non ha mai cercato di cambiarlo.

Quando Sonja muore, a che serve restare? Ove cerca in tutti i modi di suicidarsi, ma ogni volta qualcosa glielo impedisce: i vicini rumorosi e imbranati che non sanno guidare un rimorchio, il giovane solitario della casa accanto, un gatto spelacchiato che si ostina a considerare il suo stuoino casa propria... e poi, una battaglia legale da combattere contro la rigida burocrazia svedese, caloriferi da aggiustare e un cuore che piano piano, contro la sua volontà, ricomincia a battere, a provare  emozioni.

Sonja, cara Sonja, sulla cui tomba Ove va ogni mattina a portare le sue rose: dovrai aspettare, Ove non è ancora pronto a raggiungerti. Dopo tanta vita assieme a te, dopo tanti sogni e tanti dolori, Ove che vuole farla finita ha invece ancora delle sfuriate da fare, un ragazzo cacciato di casa da ospitare, un gatto da nutrire con scatolette di tonno, un uomo da salvare sui binari del treno, una bambina da cui imparare a scrivere gli sms: ancora tanta vita, che significa semplicemente essere importante per qualcuno. Non essere solo.

Cheers,
Eva

martedì 25 luglio 2017

LIEBSTER AWARD 2017

Hello!

Oggi un post un po' diverso dal solito, perché negli ultimi giorni ho ricevuto ben due "nomine" per il Liebster Award 2017! Conoscete questo premio? E' un riconoscimento "a catena", per blog con meno di 200 follower, per contribuire a dare visibilità ad angoli magari meno noti ma interessanti, e anche per far conoscere un po' di più le persone reali che stanno dietro agli schermi e che curano con passione i propri "angolini virtuali".

Le regole da seguire sono piuttosto semplici:

1) ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.

Io ho ricevuto la nomina da Martina di Mami tra i libri, e da Alice di Some books are, che ringrazio moltissimo per aver pensato a me per il premio. Martina e Alice hanno due blog davvero interessanti, che mi sento davvero di consigliarvi di visitare. Martina parla con profondità e cura di tematiche interessanti, fa conoscere figure di donne nella storia, sceglie libri particolari e mai scontati; Alice legge libri in lingua e quindi permette di esplorare un mercato editoriale spesso inedito in Italia, anticipando tendenze e ampliando vedute. Le ringrazio ancora moltissimo, e qui di seguito trovate le mie risposte alle loro domande.

Domande di Martina:
1. In quale città nel mondo ti piacerebbe vivere e perché?
Da poco (insomma, da pochi anni) vivo nella città più bella del mondo: trasferirci a Roma era il sogno della nostra vita, e ora che lo abbiamo realizzato, non cambierei il posto in cui vivo con nessun altro al mondo!
2. C'è una storia che ti piacerebbe leggere ma non è ancora stata scritta?
Una bella storia ambientata in Salento, nei luoghi in cui sono nata e in cui sono stata bambina. Una storia che parli di vigne, di masserie abbandonate e di terra rossa e spaccata dal sole. E di donne toste e resistenti, testarde e dolcissime, come mia nonna.
3. Il tuo classico preferito?
“Il gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa. Non ho nessun dubbio, è un romanzo meraviglioso, scritto in una prosa che sembra pura poesia.
4. Una canzone che sembra essere stata scritta apposta per te?
Questa cosa cambia molto a seconda del periodo che sto vivendo. In questo momento, per esempio, mi rappresenta molto una vecchia canzone di Pino Daniele, “Je so’ pazzo”!
5. Leggi solo in italiano o anche in lingua straniera? Quale?
Purtroppo solo in italiano! Dico purtroppo perché, pur parlando molto bene l’inglese e lo spagnolo, non riesco a leggere in queste lingue. Credo sia perché la lettura è per me un abbandono totale, e quindi non riesco a lasciarmi andare in una lingua che non è quella madre... totalmente inconscia e “mia”.
6. Qual è il tuo dolce preferito?
Vorrei non saper rispondere a questa domanda, vorrei poter dire che i dolci non mi piacciono... ma se devo sceglierne solo uno, scartando a malincuore mille altre idee scelgo il gelato al cioccolato fondente di Natale, una gelateria nel centro storico di Lecce dove ogni estate lascio il cuore!
7. Ti piace la poesia? Se sì, chi è il tuo poeta preferito?
Non ne leggo molta abitualmente, ma ho alcuni autori che mi emozionano molto, ogni volta come se fosse la prima. Mi piacciono il poeta turco Nazim Hikmet, il greco Konstantinos Kavafis, lo spagnolo Garcia Lorca, e tra gli italiani la mia adorata Alda Merini.
8. Se dovessi svegliarti e trovarti a essere per un giorno nei panni di un qualsiasi autore a tua scelta, chi saresti e perché?
Mi piacerebbe vivere per un giorno l’esperienza di essere Fred Vargas, l’autrice di gialli francese che amo di più. La sua mente analitica, le sue trame intricate e cerebrali, la sua scrittura lucida, la sua profonda cultura...
9. Un colore che ami e un colore che odi.
Amo i colori forti in tutto, dai vestiti ai cibi che mangio. Amo il giallo e l’arancione, il viola e il verde. Non mi piacciono i “non colori”: il beige, l’écru, e in generale tutti i colori pastello.
10. Cosa sognavi di diventare da bambina?
Ho sempre avuto tanti sogni, cambiavo spesso quello che volevo diventare, e alla fine ho fatto qualcosa a cui non avevo mai pensato! Ricordo il periodo dell’egittologa, quello dell’avvocato, quello della maestra...
11. Qual è un film che ti ricorda la tua infanzia?
I film con l’attore comico Louis de Funès. Ricordo pomeriggi meravigliosi passati a ridere fino ad avere mal di pancia, insieme a mio papà. Uno dei ricordi più belli dei miei anni di bambina.

Domande di Alice:
1. Credi nelle coincidenze?
Einstein diceva che “coincidenza è il modo di Dio di restare anonimo”. Scherzi a parte, per deformazione professionale credo che la casualità sia assoluta in questo mondo, che il destino non esista, e che le coincidenze siano appunto solo questo... coincidenze, casi fortuiti, su cui soffermarsi poco (e rimuginare mai).
2. Se potessi trasferirti in un luogo a tua scelta, dove andresti?
Come ho già risposto a Mami, più su, vivo già dove vorrei vivere, e non vorrei trasferirmi in nessun altro luogo.
3. C'è una lingua straniera che vorresti parlare?
Mi affascinerebbe riuscire a comunicare in portoghese. Ogni volta che sento parlare in questa lingua, meravigliosa e musicale, decido che è la più bella del mondo.
4. Dolce o salato?
Dolce. E salato. E poi di nuovo dolce. Insomma mi piace mangiar bene...
5. La tua migliore qualità?
Sono gentile. Cerco di esserlo sempre, perché credo che la gentilezza sia la chiave per una convivenza pacifica con gli altri. E se posso aggiungere una qualità meno comune, direi anche che so fare i regali!
6. E il tuo peggior difetto?
Sono molto, molto, molto, molto, molto, molto, molto ansiosa.
7. Se potessi leggere un solo libro per tutta la vita... quale sarebbe?
Solo uno? A ripetizione? “Il signore degli anelli”, di Tolkien. Il mio libro preferito, sin dall’estate in cui l’ho letto la prima volta, ormai quasi trent’anni fa.
8. Quali sono i cinque libri che ancora non hai letto, ma che desideri di più?
Ho una WL infinita, le cui priorità si rimescolano ciclicamente. Al momento, i cinque libri che vorrei leggere di più, ai quali molto probabilmente mi dedicherò quest’estate in vacanza, sono:
“Il commesso viaggiatore”, di Arnaldur Indridason
“Oltre il confine”, di Corman McCarthy
“Isole minori”, di Lorenza Pieri
“La custode di mia sorella”, di Jodi Picoult
“Le streghe di Lenzavacche”, di Simona Lo Iacono
9. La tua coppia cinematografica preferita? E quella librosa?
Per quanto riguarda quella cinematografica... direi Rapunzel e Flynn Rider. Oppure Hip e Gay. O Hiccup e Astrid. O Belle e il principe Adam. Shrek e Fiona. Manny ed Ellie. Insomma, forse avete capito... adoro i cartoni animati, e da molto prima della nascita di mio figlio.
Per quanto riguarda la coppia librosa, voglio citare la coppia secondaria del “Signore degli Anelli”, che pochi conoscono ma che io ho amato subito: Eowyn e Faramir, la principessa inquieta e coraggiosa e il principe gentile e saggio.
"...Eowyn, tu non mi ami, o non vuoi amarmi?"
"Desideravo l'amore di un altro", ella rispose. "Ma non voglio la pietà di nessuno"
"Lo so", egli disse. "Desideravi l'amore di Sire Aragorn. Perché egli era grande e potente, e tu ambivi la fama, la gloria... [...] Ma quando ti diede soltanto comprensione e pietà, tu non desiderasti più nulla, se non una morte coraggiosa in battaglia. Guardami, Eowyn!"
Eowyn guardò Faramir a lungo e senza abbassare gli occhi; e Faramir disse: "Non deridere la pietà, dono di un cuore gentile, Eowyn! Ma io non ti offro la mia pietà, perché sei una dama nobile e valorosa e hai conquistato da sola fama e gloria [...] ; e sei una dama tanto bella che nemmeno le parole dell'idioma elfico potrebbero descriverti. E io ti amo. Un tempo ebbi pietà della tua tristezza. ma ora, se tu non conoscessi la tristezza, la paura e il dolore, se tu fossi anche la benefica Regina di Gondor, io ti amerei lo stesso. Non mi ami tu, Eowyn?"
Allora il cuore di Eowyn cambiò ad un tratto, e finalmente ella lo comprese. E il suo inverno scomparve, e il sole brillò dentro di lei.

Non ve lo aspettavate che “Il signore degli anelli” fosse anche così romantico, vero?
10. Quale personaggio famoso vorresti incontrare più di tutti?
Questa è la domanda che mi ha messo di più in crisi. Devo scegliere un personaggio vivente? E “famoso” in che senso? Un attore, uno scrittore, uno sportivo, un politico? E incontrarlo per fare cosa, per quanto tempo? No, niente da fare. Non riesco a farmi venire in mente nessuno.
11. Il regalo più bello che hai mai ricevuto?
La mia edizione de “Il Mago di Oz” a fumetti, di quando ero bambina (realizzato da Renato Queirolo e Anna Brandoli), recuperata dalla cantina dei miei e restaurata in gran segreto qualche anno fa da mio marito, che me l’ha fatta trovare sotto l’albero di Natale. Un libro prezioso, una prima edizione che ora è molto rara, ma che per me ha soprattutto il sapore dell’infanzia, della purezza, della spensieratezza di estati passate a leggere e disegnare mappe di paesi magici e lontani.

2) Premiare altri undici blogger che abbiano meno di 200 followers e che ritenete meritevoli.

Ecco, qui sono andata un pochino in difficoltà, soprattutto a trovare undici blog con meno di 200 follower che ritenessi sinceramente interessanti, anche perché le due amiche che mi hanno nominato sarebbero entrate di diritto in questa lista, e due dei blog più carini che seguo (Nik de Gli Alberi Da Libri e Letizia di Mete d'inchiostro) hanno già ricevuto la nomina per lo stesso premio. Allora, oltre a "rinominare" Martina e Alice, e ad aggiungere la mia nomina a quelle già ricevute da Nik e Letizia (ragazze, se avete voglia di rispondere alle mie domande io sarei tanto curiosa di leggere le vostre risposte...), elenco qui altri blog davvero interessanti che mi piacerebbe avessero molto più seguito, perché li ritengo validi e molto interessanti da leggere:


3) Comunicare la premiazione nelle bacheche dei vincitori

Sarà fatto, appena il post sarà online!

4) Proporre a vostra volta altre undici domande

Per le undici domande da porre, ho voluto rimanere in ambito letterario e chiedere qualcosa di personale alle blogger che nomino, anche se comunque riferito al mondo dei libri. Sono davvero curiosa di conoscere le risposte!

1) Qual è il romanzo che racconta una storia che vorresti vivere? Tenendo ben presente però che alla fine ritornerai alla tua vita di oggi...
2) Se potessi trasformarti in un personaggio letterario maschile, quale sceglieresti e perché? 
3) Qual è l'ultimo libro che hai letto al di fuori della tua "comfort zone" letteraria?
4) Parlaci di un "viaggio letterario" che hai amato molto... cioè un posto che ti è piaciuto dove senti quasi di essere stata, pur avendone solo letto.
5) Al contrario, qual è un luogo (o un tempo) terribile dove ringrazi di essere stata solo tramite le pagine di un libro?
6) Un tuo autore o autrice (vivente) "feticcio"? Cioè, di cui compri a scatola chiusa ogni suo nuovo titolo?
7) Rileggi mai libri? Sia in caso di risposta affermativa, sia negativa... perché?
8) Perché hai aperto un blog letterario?
9) Quando acquisti un libro, qual è l'aspetto che ti influenza di più? La copertina, la trama, l'edizione, il prezzo...
10) Il libro che stai leggendo in questo momento: perché proprio quello? Com'è arrivato a te?
11) Elenca cinque libri che leggerai quest'estate in vacanza.

Ecco fatto! Ancora grazie per la nomina, e a presto!

Cheers,
Eva

giovedì 20 luglio 2017

RECENSIONE - La giostra dei criceti - A. Manzini

Hello!

Oggi parliamo di un romanzo di Antonio Manzini: prima di Rocco (Schiavone, of course).

RECENSIONE
LA GIOSTRA DEI CRICETI
Antonio Manzini
2017, Sellerio
(prima pubblicazione 2007)

TRAMA: Quattro malavitosi della più squallida periferia romana fanno una rapina che finisce nei disegni complessi della criminalità che conta. Parallelamente un'organizzazione di altissimi funzionari dello Stato ordisce un folle piano "Anno Zero" per eliminare il problema delle pensioni. Sono i due ingranaggi, irrazionali quanto brutali nella loro efficienza, che muovono la giostra dei poveri idioti di vari livelli - dal piccolo criminale al boss camorrista, dall'inquietante generale all'alto burocrate, dall'impiegato dell'INPS che si sente un giustiziere alla fantastica ragazza innamorata - tutti in lotta contro il loro destino insensato.






I giorni della sua vita gli sembravano tutti uguali, come soldati schierati in parata. Indistinguibili. Si sforzava, cercava un giorno, un minuto da ricordare, che rendesse quella sua vita un po' più degna. Niente, non gliene veniva in mente uno. Era vissuto come un granello di sabbia. Niente da ricordare. Niente da dire in sua memoria. Nel momento in cui avesse chiuso gli occhi, nessuno se lo sarebbe più ricordato. Sentiva freddo. Parecchio. Cominciò a tremare. Non era giusto, ma la giustizia non esiste in natura. A lui era toccata quella vita, e gli era toccata finirla così.

Premetto che sono una fan sfegatata del "mitico" vicequestore Rocco Schiavone, delle sue indagini all'ombra delle vette della Valle d'Aosta, delle sue classifiche di rotture di coglioni, e della sua umanissima comprensione per le miserie umane. Da romana in vacanza proprio in Val d'Aosta, l'estate scorsa ho letteralmente divorato, uno dopo l'altro, i suoi cinque romanzi incentrati sul romanissimo Rocco, non tralasciando i suoi racconti, pubblicati nelle varie raccolte Sellerio, incluso le "cinque indagini romane" che secondo me sono quasi superiori alle vicende "nordiche" del vicequestore. E' infatti nelle atmosfere della periferia romana che Antonio Manzini dà a mio parere il meglio di sè, tratteggiando personaggi miserabili e umanissimi, indimenticabili.

La cosa si è ripetuta in questo romanzo, uscito quest'anno ma che in realtà era già stato pubblicato nel 2007, prima che l'autore si dedicasse al personaggio che lo ha reso famoso (su vasta scala, visto il successo della fiction che è stata tratta dai romanzi). Gran merito alla CE per aver ripubblicato questo romanzo nella sua forma originale, così che si potesse apprezzare lo stile iniziale di Manzini.

A me questo romanzo è piaciuto molto: oserei dire quasi, se non avessi paura di sfiorare la lesa maestà, che mi ha coinvolto più delle vicende del vicequestore (soprattutto quelle nordiche). Il fatto è che le atmosfere romane, i personaggi delle periferie povere e borgatare, le vicende di persone piccole e miserabili sullo sfondo di storie più grandi di loro, mi affascinano e colpiscono più delle beghe da borghesia abbiente con cui Schiavone ha a che fare nel suo esilio valdostano. Manzini è stato abile, già in questa sua prima prova narrativa, a tratteggiare lo squallore umano e personale dei "criceti" che si aggirano impazziti nella giostra della vita, o meglio nella loro gabbia. Le due vicende principali del romanzo corrono apparentemente parallele, finendo poi per intrecciarsi in un incrocio di personaggi e microrealtà tristi e squallide come ce ne sono in tante periferie, ma soprattutto in quelle della grande città, mostro che fagocita vite e risputa via impietoso resti di amori, amicizie, fratellanze tradite.

E' una storia cupa, a tinte fosche, a volte quasi splatter, priva di quel velo di ironia che permea, in fondo, le vicende di Rocco. A me è piaciuta molto, ma rendersi conto che non è tutto finto, che anzi a volte la realtà, certa realtà, supera la fantasia è davvero un duro pugno nello stomaco.

Cheers,
Eva