venerdì 22 settembre 2017

RECENSIONE - Le coincidenze dell'estate - Massimo Canuti

Hello!

Buongiorno in questo primo giorno di autunno! Per celebrare e salutare questa lunga calda estate che oggi, astronomicamente, se ne va, vi parlerò di un piccolo gioiello misconosciuto che ho scoperto per puro caso, pubblicato quasi in sordina da una delle mie case editrici "feticcio", il cui progetto editoriale si conferma, ancora una volta, di altissima qualità.

RECENSIONE
LE COINCIDENZE DELL'ESTATE
Massimo Canuti
2016, Edizioni e/o

TRAMA: Milano, estate. Vincenzo è un adolescente particolare: ha pochi amici, è amante della musica metal e degli skate, e non sa ancora bene se è attratto dai ragazzi o dalle ragazze. Italo è un uomo di circa cinquant'anni che un giorno si sveglia su un marciapiede e non ricorda nulla del suo passato. Comincia a vivere come un barbone cercando di ricostruire la sua identità finché non finisce per caso nell'androne del palazzo di Vincenzo. Il ragazzo ha un lampo, sembra riconoscerlo, ma fa finta di non averlo mai visto prima. Dove ha incontrato quell'uomo? E come ha fatto Italo a perdere la memoria? Ma ecco che in loro soccorso arriva Evelina, anziana inquilina del palazzo ed ex parrucchiera dei divi di Cinecittà. Sarà proprio lei, con la sua eccentrica vitalità e tenera presenza, a riannodare i fili di un passato fatto di bugie e risentimenti. "Le coincidenze dell'estate" è un romanzo sull'amicizia inaspettata che può nascere fra tre persone di generazioni diverse, ma non solo. Parla della difficoltà di crescere in una famiglia a pezzi, della scoperta dell'omosessualità, del coraggio di uscire allo scoperto; è un romanzo sulla crudeltà del mondo del lavoro e su quanto sia traumatico ripartire da zero dopo aver perso tutto. Ma è soprattutto un romanzo sulla scoperta della propria identità. Tra sorelle circensi, suonatori di polka e ragazzine provocanti, Massimo Canuti scrive un libro che a tratti assume la forma del giallo. Il tutto nell'insolita cornice di una Milano afosa, lenta e deserta, lontana dallo stereotipo della città fredda, svelta e indifferente che non lascia spazio a nessun contatto umano.

Il ragazzo sale con un piede sullo skate e con l'altro si dà una spinta, avviandosi lungo la strada leggermente in discesa; i capelli a fargli da scia e gli auricolari ben piantati negli orecchi. Poco più in là, un uomo sta orinando davanti a un palo della luce. Ha cinquantasei anni, anche se in quelle condizioni ne dimostra decisamente di più.
Il ragazzo non si accorge dell'uomo.
L'uomo non si accorge del ragazzo.
Ma non è detto che le cose siano destinate a rimanere così.

E' stato un vero piacere leggere questo romanzo, tanto che una volta iniziato non sono riuscita a smettere finché i miei occhi non si sono posati sull'ultima parola, e io l'ho richiuso soddisfatta e felice di aver scoperto questo gioiello, "misconosciuto", come dicevo all'inizio. Sì perchè in effetti si è parlato pochissimo di questo romanzo di Massimo Canuti, un quasi esordiente nel quale la giovane casa editrice e/o ha creduto, con ragione.

La storia è semplice e la narrazione scorre lineare: una galleria di personaggi si muovono in una Milano insolita. Non la fredda, frenetica metropoli del fare, del correre, del vendere e comprare, ma una città addormentata, immobile, bloccata in un'estate afosa e solitaria, nella quale tre esistenze lontanissime l'una dall'altra si incrociano imprevedibilmente.

Vincenzo, un adolescente inquieto, solo, incompreso dalla sua famiglia (odiosa sua madre, insopportabile suo padre), incerto su di sé e sui suoi desideri; Italo, un cinquantenne perso, una vita interrotta e sospesa senza nemmeno sapere perché, alle prese con ricordi che non vogliono tornare e nuove difficoltà da affrontare; Evelina, un'anziana arzilla ed eccentrica, allegra all'apparenza, che nasconde dentro di sé un grande dolore. Attorno ai tre protagonisti, che spinti dalle circostanze iniziano una strampalata quasi-convivenza in un vecchio palazzo che sembra quasi abbandonato, in un quartiere svuotato per le vacanze, in una città in cui improvvisamente si sentono rumori dimenticati non più sovrastati dal rombo delle macchine, si aggirano personaggi eccentrici e imprevedibili: un gruppo di suonatori di polka, ragazzini della Milano bene alle prese con gli ultimi scampoli del loro periodo cittadino prima di partire per i luoghi di ricca villeggiatura di famiglia, una sorella ritrovata e una nipotina molto speciale, e poi un barbone molto ironico e un po' filosofo, e insieme a lui un'avventura nella esotica Lodi, a bordo di una mitica Mini Cooper Montecarlo degli anni Settanta.

L'amicizia nasce nei luoghi più improbabili, tra le persone più diverse, e si manifesta nei modi più strani: regalando una bottiglia di succo di cavolo rosso per far passare una sbornia, oppure invitando una vecchia signora a vedere un vecchio film neorealista: questo ci racconta Massimo Canuti in questa sua bellissima storia. Un romanzo che è incentrato sulla ricerca di sé stessi, dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, insomma di quello che ci rende felici, fosse anche soltanto disegnare uno skate, o costruire giocattoli di legno, o lanciare palline in aria per far divertire gli ammalati. O abbracciare finalmente qualcuno, che è sempre un buon punto di partenza.

Cheers,
Eva

martedì 12 settembre 2017

RECENSIONE - Certi bambini - Diego De Silva

Hello!

Oggi vi parlo di una storia intensa e dolorosa, di cui Roberto Saviano ha scritto "Beato chi non ha ancora letto questa storia, perché ora può farlo".

RECENSIONE
CERTI BAMBINI
Diego De Silva
2001, Einaudi

TRAMA: Rosario, undici anni, un completino da calciatore nella borsa degli allenamenti, va a compiere la sua prima esecuzione di camorra al termine di un lungo tirocinio d'istruzione a uccidere. Tornando nel suo quartiere in metropolitana, ripercorre a ritroso le tappe più significative del cammino che lo ha portato fino a quel punto. E la storia di Rosario diventa il racconto di un mondo spaventoso che è il nostro mondo. De Silva racconta uno dei peggiori delitti che la criminalità contemporanea abbia scelto di commettere, il furto dell'infanzia.








Rosario di espressioni non ne ha quasi. Per la sua faccia è sempre tutto normale. Cose come la meraviglia o lo smarrimento o l'allegria o la pena o la ripugnanza non hanno presa su di lui. Rosario guarda succedere le cose fino alla fine. Si prende quello che può finché qualcuno non glielo toglie.

Ho dovuto far passare un po' di giorni prima di sedermi al computer per scrivere le mie impressioni su questo libro. Lasciar decantare un po' le emozioni, sedimentare le immagini che la lettura mi ha riportato alla memoria. Credo che leggere questo libro per chi, come me, ha vissuto tanto tempo a Napoli e, non essendoci nata, riesce a guardare con distacco ai suoi enormi problemi, abbia un effetto ancora più dirompente. Chi è nato e ha sempre vissuto in un ambiente tranquillo, pulito, nemmeno lontanamente sfiorato dall'abisso in cui invece vivono immersi i protagonisti del romanzo, chi questo abisso l'ha solo visto da lontano, una notizia come le altre in televisione, un racconto di chi questo abisso l'ha solo sfiorato e pure ne è scappato via il più lontano possibile, credo che non possa capire l'orrore che ho provato io nel leggere certe cose e sapere che è tutto vero.

Sono vere certe periferie orrende e spaventose in cui le persone normali non capitano mai se non per sbaglio, e quando accade di doverle attraversare si fa in fretta a scappare via veloci perché la desolazione, lo squallore e la rovina sono assoluti.

Sono veri certi personaggi ambigui e penosi, macchiette di quartiere degradati di questa che Curzio Malaparte definisce una "metropoli di carne", una città in cui la gente vive fuori, per strada, e fuori ama, odia, lotta, sputa, colpisce, spara.

Sono veri gli sguardi di certi bambini, come quelli della magnifica copertina del romanzo, profondi e dolorosamente perduti. Già grandi, perché in certi posti a Napoli non sei bambino mai, perché a seconda di dove nasci già si sa cosa diventerai, e molto presto, anche.

Nel libro, seguiamo Rosario, bambino non più tale di undici anni, che a undici anni ha già compiuto il percorso che porta tanti "scugnizzi" a diventare carne da macello, sfruttati e allo stesso tempo consapevoli soldati della camorra, come in "La paranza dei bambini" recentemente pubblicato da Roberto Saviano (io che non avevo avuto il coraggio di leggerlo, quel libro, sono poi incappata quasi per sbaglio in questo breve romanzo misconosciuto di De Silva, che ancora mi riporta il fiele in bocca e le lacrime agli occhi dopo averlo letto...).

La scrittura di De Silva è lucida, fredda, quasi analitica nel descrivere semplicemente i pensieri di Rosario dopo il suo primo omicidio, i suoi ricordi vaghi mentre torna in metropolitana nel suo quartiere, la pistola nascosta nella maglietta da calciatore, in una borsa sotto il sedile. Ripercorriamo insieme a lui tutti i passi che l'hanno portato là dove era inevitabile che arrivasse, tutti i dolori, gli abbandoni, le delusioni, le amicizie malate con altri bambini perduti come lui. Madri che vendono le figlie ragazzine, genitori che non ci sono e che se ci sono fanno solo male, uomini bestie che sfruttano i piccoli per i furti, che li violentano, che li trattengono a forza nel degrado umano e morale di chi non ha mai visto niente di veramente bello e quando gli capita davanti ci sputa sopra.

Povero Rosario perduto, poveri certi bambini che da quando sono nati non hanno mai avuto neanche uno straccio di possibilità ed è inutile far finta del contrario. Ci sono personaggi positivi a cui rivolgersi? Può esserci solo un prete a gridare a fronte del silenzio complice dello Stato, che in certi posti si presenta solo con la faccia di poliziotti crudeli e non molto diversi dalle bestie con cui certi bambini sono costretti ad avere a che fare? De Silva riesce, con questo suo romanzo, a farci interrogare, a far nascere un seme di dubbio: se mio figlio non è come certi bambini, è un merito? O non è piuttosto frutto del caso, che ci fa nascere in un quartiere piuttosto che un altro, in una strada piuttosto che un'altra?

Quando ho finito questo libro, a notte fonda, perché non riuscivo a staccarmi dalle pagine nette e taglienti di De Silva, mi sono alzata e sono andata a fare una carezza a mio figlio che dormiva. Avevo le lacrime agli occhi. Certi bambini, dell'età di mio figlio, che come mio figlio dovrebbero solo pensare a giocare, a sbuffare facendo i compiti di matematica e a sporcarsi la faccia di gelato al cioccolato, non hanno neanche una possibilità di salvarsi. Certi bambini non sono più bambini da tanto tempo. Certi bambini non hanno nessuno che li ama.

Eva

lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE - La rete di protezione - Andrea Camilleri

Hello!

Buongiorno e buona settimana! Oggi ritorniamo nella splendida Sicilia per parlare dell'ultimo romanzo di un autore (per fortuna) prolifico e sempre capace di "affatare".

RECENSIONE
LA RETE DI PROTEZIONE
Andrea Camilleri
2017, Sellerio

TRAMA: Vigàta è in subbuglio: si sta girando una fiction ambientata nel 1950. Per rendere lo scenario quanto più verosimile la produzione italo-svedese ha sollecitato gli abitanti a cercare vecchie foto e filmini. Scartabellando in soffitta l’ingegnere Ernesto Sabatello trova alcune pellicole, sono state girate dal padre anno dopo anno sempre nello stesso giorno, il 27 marzo, dal 1958 al 1963. In tutte si vede sempre e soltanto un muro, sembra l’esterno di una casa di campagna; per il resto niente persone, niente di niente. Perplesso l’ingegnere consegna il tutto a Montalbano che incuriosito comincia una indagine solo per il piacere di venire a capo di quella scena immobile e apparentemente priva di senso. Fra sopralluoghi e ricerche poco a poco in quel muro si apre una crepa: un fatto di sangue di tanti anni fa, una di quelle storie tenute nell’ombra.




Pirchì 'na storia accussì annava a toccari un tasto priciso della sò natura, attratta certo dalle facenne giudiziarie, ma puro, e forsi soprattutto, da quella matassa 'ntricata che è l'anima dell'omo in quanto omo.

Non posso che essere grata, profondamente grata del fatto che Andrea Camilleri, nonostante l'età e gli acciacchi, abbia ancora tante storie dentro di sé da tirare fuori, da raccontare, da condividere con noi appassionati. Il "maestro", da alcuni anni, deve purtroppo fare i conti con un grave problema agli occhi che lo costringe a dettare le sue opere alla sua assistente, piuttosto che metterle materialmente nero su bianco, ma a me in fin dei conti piace perfino di più immaginarlo mentre, con in mano l'ennesima sigaretta, costruisce nella sua testa l'intreccio e immagina l'evolversi della storia e delle vicende dei suoi personaggi, per raccontarla poi con la sua voce roca.

Anche questo suo ultimo lavoro racconta di un'indagine del commissario italiano più famoso, quel Salvo Montalbano che per tutti ha ormai le fattezze televisive di Luca Zingaretti, che si muove nel mondo ormai conosciutissimo e familiare di Vigàta, della sua villa a Marinella, dell'intrico di contrade e trazzere in cui si reca quando Catarella o Fazio lo svegliano per comunicargli che c'è stata un'ammazzatina.

In questa nuova indagine però non c'è la mafia, non ci sono fatti di sangue né intrighi politici, bensì due storie abbastanza ordinarie e "quotidiane", che Montalbano segue in parallelo, approcciandosi con la consueta e caratteristica umanità: un "cold case", quasi un'indagine intellettuale, stimolata dal ritrovamento di una serie di misteriose riprese datate più di cinquant'anni - che è quello di cui parla la sinossi, e poi un caso molto attuale, in cui il commissario deve avere a che fare con cose che gli sono lontane - la tecnologia, il linguaggio impossibile degli adolescenti di oggi, il bullismo.

E' un Montalbano umanissimo quello che ritroviamo, e con quanto piacere!, tra queste pagine, un omaggio a una narrazione collettiva che travalica i confini di una sicilianità marcata e pure ve ne è immersa, con questo uso del dialetto sempre più abbondante, una lingua musicale, caratteristica e che lascia "affatati". Un Montalbano che ha la mente sempre lucida per il ragionamento e il cuore un po' ammaccato quando ripensa alla sua vita, alla sua solitudine di bambino orfano di mamma troppo presto, a quell'occasione di paternità mancata con Francois, dolcissimo bambino ne "Il ladro di merendine" e dolorosamente perduto in "Una lama di luce", qui presente con un solo brevissimo accenno che però, in chi segue il commissario dalle prime indagini come me, ha generato una profonda commozione.

Ho trovato questo romanzo godibilissimo, appassionante, una bella prova d'autore per uno scrittore alle prese con un personaggio ormai storico, che tutti amiamo, giunto ormai alla venticinquesima indagine (senza contare gli innumerevoli racconti), che ha avuto inevitabilmente qualche flessione narrativa ma che ogni volta sa rinnovarsi e farsi accogliere con piacere. Proprio come un vecchio amico.

Cheers,
Eva

venerdì 8 settembre 2017

RECENSIONE - Il Caso Malausséne - D. Pennac

Hello!

Prima recensione di settembre, una delle tante che avevo in sospeso e che spero possa interessarvi, visto che riguarda un libro atteso da tante persone (oltre che da me)...

RECENSIONE
IL CASO MALAUSSENE. MI HANNO MENTITO
Daniel Pennac
Le cas Malaussène. Ils m'ont menti, trad. Yasmina Melaouah
Feltrinelli, 2017

TRAMA: La mia sorellina minore Verdun è nata che già urlava ne La fata carabina, mio nipote È Un Angelo è nato orfano ne La prosivendola, mio figlio Signor Malaussène è nato da due madri nel romanzo che porta il suo nome e mia nipote Maracuja è nata da due padri ne La passione secondo Thérèse. E ora li ritroviamo adulti in un mondo che più esplosivo non si può, dove si mitraglia a tutto andare, dove qualcuno rapisce l’uomo d’affari Georges Lapietà, dove Polizia e Giustizia procedono mano nella mano senza perdere un’occasione per farsi lo sgambetto, dove la Regina Zabo, editrice accorta, regna sul suo gregge di scrittori fissati con la verità vera proprio quando tutti mentono a tutti. Tutti tranne me, ovviamente. Io, tanto per cambiare, mi becco le solite mazzate.




Perché mi mancano così tanto, quei fagotti di illusioni? Andare a seminare il "bene" ai quattro angoli del mondo, ma ti pare... Com'è scivolata via in fretta la loro infanzia, nel nostro Vercors di selce e di vento! Sarebbero cresciuti più lentamente, se avessimo passato tutte le estati a Belleville...?

Malausséne è tornato!
A più di vent'anni dalla pubblicazione de "Il paradiso degli orchi", il primo romanzo sulla famiglia più strampalata e amata di Parigi, Daniel Pennac mantiene la promessa fatta a una sua fan e si rituffa nel mondo della famiglia di Belleville, le cui avventure aveva descritto in cinque magnifici gialli: dopo il primo, citato sopra, le avventure della tribù Malausséne erano state raccontate ne "La fata carabina", ne "La prosivendola", in "Signor Malausséne" e, infine, nel finale della saga, "La passione secondo Thérèse". Dopo la pubblicazione di quest'ultimo libro, Pennac aveva dichiarato esaurita la storia di Benjamin e dei suoi fratelli, nipoti, figli, amici. E invece... e invece, come dicevo all'inizio, Malausséne è tornato!

Per una curiosa coincidenza, poche ore dopo aver letto l'ultima pagina del libro, mi è arrivata sul cellulare la foto di un'amica: in vacanza in Germania, aveva insapettatamente incrociato un amico comune, che entrambe non vedevamo da più di quindici anni. Che sorpresa pazzesca rivedere quel viso, cambiato, un po' invecchiato, certo, diverso dall'immagine da ragazzo che avevo impressa nella mente! E' proprio questa la sensazione che ho provato leggendo questo libro di cui vi parlo oggi: una sensazione straniante di familiarità e allo stesso tempo di estraneità. Verdun, Benjamin, Julie, Sigma, Mara... li avevo conosciuti ragazzi, bambini, neonati. Li ritrovo di mezza età, universitari, adolescenti, immersi in pieno in un mondo che è cambiato a velocità pazzesca in questi vent'anni, in modi che non avremmo mai neanche lontanamente immaginato. Vent'anni non passano senza lasciare il segno, né sui corpi né sullo spirito. Qualcuno è cambiato, qualcuno cerca ostinatamente di rimanere fedele a sé stesso, qualcun altro cede alla nostalgia...

Non sono sicura che questo romanzo possa piacere pienamente a chi non ha letto i precedenti, all'età giusta per averli letti: né troppo giovani né troppo vecchi, abbastanza per potersi essere immedesimati in Benjamin quando aveva vent'anni e per poterlo fare ora che di anni ne ha più di quaranta e ha vissuto le stesse ansie e gli stessi dolori. In ogni caso, lo stile di Pennac è una vera goduria, con questi continui salti del punto di vista che rendono la lettura pirotecnica e colorata, con questa vicenda intricata e tanto calata nei nostri tempi, con un colpo di scena (si tratta pur sempre di un giallo, anche se assolutamente sui generis) che io davvero non mi aspettavo... e anche con la piccola sorpresa finale: la fine che non è una fine, con questo "continua" che arriva all'improvviso, che ti fa esclamare "no! proprio sul più bello!".

"Mi hanno mentito" ci reintroduce al mondo della famiglia Malausséne, presentandoci anche una scoppiettante galleria di personaggi nuovi e interessanti, sia nei loro aspetti positivi che in quelli negativi (oh, detestabile Georges Lapietà!). Tra essi spicca il romanziere soprannominato Alceste, autore del nuovo best-seller delle edizioni de Il Taglione "Mi hanno mentito", e che Benjamin è incaricato di proteggere. Per farlo lo nasconde nel "suo" Vercors, al sicuro dai parenti inferociti dei quali ha raccontato senza nessuna remora segreti e miserie nel suo romanzo-verità. Per dirla con Alceste:

il mio editore avrà il coraggio di pubblicare "La loro grandissima colpa"?

Io non vedo l'ora!

Cheers,
Eva

mercoledì 6 settembre 2017

Bentornato Settembre!

Hello!





Grazie per esservi riaffacciate da me, qui sul mio angolo.
E' bello anche per me ritornare, dopo una lunga pausa rigenerante, trascorsa insieme alla mia famiglia, a riposarmi, a chiacchierare con le mie sorelle, a coccolare il mio piccolo uomo nei rari momenti in cui lo vedevo (quante cose riesce a far entrare nelle sue giornate di vacanza un bambino di dieci anni?), a guardare il cielo sperando di scorgere una stella cadente (che cade sempre dalla parte opposta a dove tu guardi!), e soprattutto a leggere... allungata su una sdraio all'ombra, con mio marito accanto, ognuno con il suo libro in mano, e un concerto di cicale a farci compagnia.
C'è stato spazio anche per un piccolo viaggio di scoperta, in una regione della Francia (l'Alvernia) a me sconosciuta: affascinante, sferzata dal vento, punteggiata di borghi percorsi da dedali di stradine acciottolate che si aprono poi su imponenti cattedrali gotiche, e costellata di Puy, vecchi vulcani addormentati, ricoperti di boschi incontaminati.
Il ritorno alla realtà romana, con la sua routine di lavoro, casa, preparazione alla scuola per il mio bambino, non è stato semplice ma come ogni settembre si riparte, carica di una speciale energia che mi fa guardare alle prossime settimane con curiosità.
Ci vediamo presto qui sul mio blogghino!

Cheers,
Eva

giovedì 3 agosto 2017

Buone vacanze!

Hello!


Questo è un breve post per salutarvi e augurarvi buone vacanze!

Nelle prossime settimane sarò in vacanza con la mia famiglia e quindi non sarò assidua qui sul blog, che quindi si prende anche lui un po' di ferie.

A presto, e mi raccomando: divertitevi, riposatevi, rilassatevi, sognate!

Cheers,
Eva



lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE - Intrigo italiano - C. Lucarelli

Hello!

Oggi vi parlo di un romanzo di un autore italiano, molto conosciuto anche per i suoi programmi televisivi color "blu notte"...

RECENSIONE
INTRIGO ITALIANO
Carlo Lucarelli
2017, Einaudi

TRAMA: Quando il commissario De Luca, appena richiamato in servizio dopo cinque anni di quarantena, si sveglia da un incidente quasi mortale, non gli occorre troppo tempo per mettere in fila le tante cose che non tornano. Da lunedì 21 dicembre 1953 a giovedì 7 gennaio 1954, con in mezzo Natale ed Epifania, mentre la città intirizzita dal gelo scopre le luci e le musiche del primo dolcissimo consumismo italiano, tra errori, depistaggi, colpi di scena il mosaico dell'indagine, scandita come un metronomo, si compone. E ciò che alla fine ha di fronte non piace affatto a De Luca. Per il ritorno del suo primo personaggio, amatissimo dai lettori, Lucarelli ha saputo evocare una Bologna che non avevamo mai visto così. E ha saputo tessere il più imprevedibile, misterioso romanzo, dove la verità profonda di un'epoca che non è mai interamente finita emerge nei sentimenti e nella lingua dei personaggi.





Era una cosa che aveva sempre stupito De Luca fin dai tempi in cui dirigeva la Buoncostume di Bologna, che a vederla da fuori, dalle strade, sembrava una città di pietre, sassi e mattoni, la terra di profido a cubetti e anche il cielo di intonaco sotto le volte dei portici. Poi si aprivano le ante di un portone e apparivano fiori, cespugli e alberi secolari, giardini grandi come piazze, foreste quasi, che attraversavano interi blocchi di case fino alla strada parallela. Aveva sempre pensato che se avesse sorvolato la città con un piccolo aereo, a bassa quota, l'avrebbe visto tutto quel cuore verde tra i tetti rossi di Bologna.

Bologna la dotta, con la sua antichissima Università che risale al 1088; Bologna la grassa, per la sua cucina ricca e sontuosa; Bologna la rossa, con i suoi mattoni medievali che donano la caratteristica colorazione alle sue strade, ai suoi muri, ai suoi portici. E' proprio Bologna la protagonista di questa storia, il romanzo in cui Carlo Lucarelli celebra il ritorno del suo personaggio più famoso. Quel commissario Achille De Luca, le cui inchieste, ambientate tra l'ultimo mese di Salò e le elezioni del 1948, hanno dato origine a una particolare mescolanza di giallo e storico, tratteggiando un periodo cupo e oscuro della storia del nostro paese.

Qui, in questo "Intrigo italiano", ritroviamo il commissario negli ultimi giorni del 1953, in una gelida Bologna coperta di neve, in cui i complessini jazz cominciano a diffondersi e a guadagnare terreno rispetto alle orchestre da balera e un timido benessere di vestiti fatti a mano e calze di nylon sembra alla portata di tutti. Sullo sfondo di una città che si prepara per festeggiare l'inizio del nuovo anno, oscuri personaggi riemersi da un passato torbido e mai dimenticato si muovono nell'ombra, per insabbiare i veri responsabili di un delitto che sconvolge la Bologna bene, e su cui il commissario è chiamato ad indagare.

La trama è ben sviluppata, anche se la storia gialla non è in effetti "fortissima": non ci sono clamorosi colpi di scena e colpevoli misteriosi, ma ho il sospetto che non fosse propriamente questo l'intento dell'autore. Lucarelli in effetti tratteggia un pezzo di Storia italiana, quella con la S maiuscola, che molti preferiscono dimenticare, attraverso la metafora di una piccola storia di provincia, con personaggi ambigui e mai del tutto buoni o cattivi. Lo stesso De Luca, in fondo, ha molte cose nel suo passato da nascondere e dimenticare.

Muovendosi per le strade di una città ritratta così vividamente da saltar fuori dalle pagine, e dare l'impressione al lettore di camminare accanto a lui per vicoli stretti e portici sotto cui ripararsi dalla neve, De Luca insegue l'esile filo delle sue sensazioni e, tenace, prova a dare alla giustizia un volto più umano.

Cheers,
Eva